SCIOPERO DEI CACCIATORI LARIANI CONTRO LA BUROCRAZIA REGIONALE. FORTE PREOCCUPAZIONE DEL MONDO AGRICOLO PER L’INCREMENTO DEI DANNI DA CINGHIALE

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La notizia apparsa sulla stampa locale della provincia di Como ha del clamoroso. Ben 110 cacciatori su un totale di 125 iscritti al Comprensorio alpino di caccia Prealpi Comasche”, abilitati alla caccia al cinghiale, hanno deciso di non ritirare i “bracciali” e i tesserini, attuando in tal modo il primo sciopero della caccia indetto nei nostri territori.

Motivo della protesta, l’aggravio burocratico rappresentato dall’obbligo, imposto da Regione Lombardia, di geolocalizzare ogni abbattimento effettuato. I cacciatori protestano inoltre contro quella misura che impedisce di utilizzare gli allettamenti alimentari durante il periodo della caccia, divieto che si traduce in una drastica riduzione della capacità di prelievo.

Considerato che l’attività venatoria ha determinato nella scorsa stagione l’abbattimento di 400 capi nel solo Comprensorio delle Prealpi Comasche, è da presumere che l’attuazione di tale protesta è destinata ad acuire ulteriormente la già drammatica situazione che da anni CIA ALTA LOMBARDIA denuncia riguardo ai danni causati all’agricoltura dall’incontrollato sviluppo dei cinghiali.

A prescindere dalle ragioni espresse dai cacciatori lariani, tale episodio appare confermare l’assoluta sordità di certa classe politica nei confronti delle proposte e delle istanze dei cittadini che popolano le aree più disagiate del nostro Paese: si tratti degli agricoltori danneggiati dalla fauna selvatica, dei cacciatori o anche dei comuni cittadini esposti ai rischi e al degrado che il mancato governo di tale fauna produce.

Rammentiamo che CIA AGRICOLTORI ITALIANI ha presentato a Camera e Senato un documento con sette azioni per arginare il fenomeno proponendo una riforma radicale della legge sulla fauna selvatica per affrontare concretamente un problema ormai fuori controllo. La proposta di modifica della legge 157/92 presentata da CIA AGRICOLTORI ITALIANI alla Camera e al Senato presenta sette punti chiave per invertire la rotta sulla questione degli animali selvatici (ungulati, storni, nutrie), diventata insostenibile non solo nel Compresorio lariano, ma in tutto il territorio nazionale, aggiornando una legislazione obsoleta e totalmente carente sia sul piano economico che su quello ambientale.


1. Sostituire il concetto di “protezione” con quello di “gestione” – Secondo Cia, la finalità di fondo, indicata già nel titolo della legge, deve essere modificata passando dal principio di protezione a quello di gestione della fauna selvatica. Se la legge del 1992 si focalizzava sulla conservazione della fauna, in quegli anni a rischio di estinzione per molte specie caratteristiche dei nostri territori, oggi la situazione si è ribaltata, con alcune specie in sovrannumero o addirittura infestanti. L’esempio più lampante riguarda i cinghiali, responsabili dell’80% dei danni all’agricoltura: si è passati da una popolazione di 50 mila capi in Italia nel 1980, ai 900 mila nel 2010 fino ad arrivare a quasi 2 milioni nel 2019. E’ del tutto evidente, quindi, che bisogna tornare a carichi sostenibili delle specie animali, in equilibrio tra loro e compatibili con le caratteristiche ambientali, ma anche produttive e turistiche, dei diversi territori.


2. Ricostituire il Comitato tecnico faunistico venatorio, presso la Presidenza del Consiglio dei ministri – L’attuale legge divide le competenze in diversi ministeri; occorre riportare alcune competenze di fondo presso la Presidenza del Consiglio dei ministri e, di fatto, ricostituire il Comitato tecnico faunistico e venatorio, partecipato dal Mipaaft e dal Ministero dell’Ambiente, dalle Regioni, dalle organizzazioni interessate e da istituzioni scientifiche come l’Ispra.

           
3. Distinguere le attività di gestione della fauna selvatica da quelle dell’attività venatoria – E’ necessario intervenire radicalmente nella governance dei territori, garantendo l’effettiva partecipazione del mondo agricolo a tutela delle proprie attività. Le procedure di programmazione faunistica e delle attività venatorie devono essere semplificate e armonizzate con le Direttive europee e, allo stesso tempo, vanno ridisegnati e ridefiniti i compiti degli Ambiti territoriali di gestione faunistica e venatoria (al posto degli Ambiti territoriali di caccia).

           
4. Le attività di controllo della fauna selvatica non possono essere delegate all’attività venatoria – Per Cia, piuttosto, deve essere prevista o rafforzata la possibilità di istituire personale ausiliario, adeguatamente preparato e munito di licenza di caccia, per essere impiegato dalle autorità competenti in convenzione, mettendo in campo anche strumenti di emergenza e di pronto intervento.

           
5. Deve essere rafforzata l’autotutela degli agricoltori – Sui propri terreni, i produttori devono poter essere autorizzati ad agire in autotutela, con metodi ecologici, interventi preventivi o anche mediante abbattimento.

          
6. Risarcimento totale del danno – La crescita dell’incidenza dei danni da fauna selvatica è esponenziale. Ad oggi, i danni diretti al settore agricolo accertati dalle Regioni corrispondono a 50-60 milioni di euro l’anno. Secondo Cia, gli agricoltori hanno diritto al risarcimento integrale della perdita subita a causa di animali di proprietà dello Stato, comprensivo dei danni diretti e indiretti alle attività imprenditoriali. Bisogna superare la logica del “de minimis”; mentre criteri, procedure e tempi devono essere omogeni sul territorio, con la gestione affidata alle Regioni.

           
7. Tracciabilità della filiera venatoria – Ai fini della sicurezza e della salute pubblica, occorre assicurare un efficace controllo e un’adeguata tracciabilità della filiera venatoria, partendo dalla presenza di centri di raccolta, sosta e lavorazione della selvaggina, idonei e autorizzati, in tutte gli areali di caccia.


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